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Io l’anima la nutro
con piccole gioie.
Non aspetto
le vostre grandi piogge,
i miracoli promessi
sui giornali della sera,
le feste comandate
dove si recita la vita.
Do da mangiare al petto
ciò che trovo per strada
un pezzo di pane caldo,
il riflesso del sole
su una pozzanghera,
il silenzio di cinque minuti
prima che la casa si svegli.
Bastano queste briciole di fosforo
a tenere i lupi
lontani dalle costole,
mentre l’aurora intinge i suoi pennini
nel calamaio della mia retina.
Mentre voi cercate l’oro
nei palazzi dei re,
io mi riempio le tasche
di piccoli sassi lucidi,
di canzoni cantate a mezza bocca
in cucina,
del freddo pulito dell’aria
che mi spiana la fronte.
Imparo l’alfabeto della rugiada,
mordo l’ora come una mela acerba.
È un’alleanza minima e feroce
con il giorno.
Il mio modo di dire
a chi mi ha ferito
che la mia pelle è ancora viva,
che mi basta
pochissimo fango fertile
per continuare
a mettere radici.